Avrei un'idea: 'Sa dit? Ma no, dai (e quattro video)
L'editoriale del direttore Stefano Scansani sulla statua di Marco Emilio Lepido collocata in piazza del Monte
REGGIO EMILIA. È possibile che in una città di grandi cantieri e infrastrutture, innamorata della contemporaneità, a creare scompiglio e periglio sia una sagoma azzurra e bianca? È possibile. Il soprassalto – a volte sorridente e in altre ruvido come la carta vetrata – è in corso. Da quando il clone di polistirolo del Marco Emilio Lepido è issato in piazza del Monte è tutto un selfie, un bisbiglìo, una critica alla spesa, una risata, un chissà chi lo sa chi è costui, un canchero da chi passa in macchina e furgone. Perché quella roba lì dell’avanti Cristo ingombra il presente.
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Mi è quasi venuto il dubbio che Reggio non abbia dimestichezza con le statue onorarie e provocatorie. Certo, in giro ce ne sono parecchie di marmo e bronzo, belliche, resistenziali, partigiane e ottocentiste. Nelle rotatorie addirittura marziane. Ma tutte sono ai margini delle piazze, coronano degli infiniti vuoti. Vacum. Quella che riproduce il triumviro tracciatore della via Emilia 2.200 anni fa (custodita in municipio) è invece all’antica: sta in mezzo, la gente e le macchine devono girarle intorno.
Quel polistirolo di 8 chili di peso e 3 metri d’altezza è dunque un divo. Centripeto. Un monumento fuori tempo, addirittura ironico perché è delegato a indicare la direzione dei Musei Civici, sede principale della mostra che aprirà il 25 novembre.
Tutto azzurro col braccio direzionale bianco. Perché non è tinto in finto bronzo o finto marmo? La domanda rimbalza in piazza ed è legittima. Quanto le lamentele e le bocciature: puffo e pongo. Lascio agli specialisti d’antichità la spiegazione che statue e templi remoti erano puntualmente dipinti con colori vividi che oggi ci farebbero stramazzare.
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Ma questo non è il caso e neanche la motivazione del nostro fondatore-segnalatore di strade. Il Marco Emilio Lepido azzurro e bianco è una installazione in carne ed ossa (si fa per dire). È un’evocazione pop.
A spiegarla è Riccardo Rivola che presiede la modenese “Geomatics engineering innovative solutions” (Geis). La sua squadra ha preso il triumviro autentico e l’ha clonato con la stampante 3D. E la scelta delle coloriture? E quel braccio indicatore che nell’originale è invece disteso su un fianco? Le scelte creative sono dei curatori della mostra.
Vi ha contribuito Italo Rota, celebre architetto di Milano, già noto a Reggio per il riallestimento dei Musei Civici e il dibattuto progetto dei Funghi. Sempre Rivola giustifica le scelte: quel tipo di blu è dei segnali stradali d’obbligo; invece il bianco del braccio è quello delle frecce di direzione; se ci badate è anche catarifrangente. Divertente.
Morale: macché puffo, macché pongo, questa scultura sintetica è una sintesi della strada. Questo Marco Emilio Lepido è l’incarnazione della strada. L’uomo fatto via (Emilia). Il gioco è intellettuale. Anche quello del manifesto della mostra che, pur essendo archeologica, si svecchia, sbatte contro la beat generation, mastica l’inglese: “On The Road – Via Emilia 187 a.C.-2017”, esposizioni nei Musei Civici, al Museo Diocesano e negli Spazi Credem.
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Sapete chi fa da testimonial? Un fotogramma di Ben Hur, ovvero Charlton Heston che - capelli al vento - conduce una biga nel film colossal del 1959. Tutto è un attraversamento della storia, un’acrobazia nell’immaginario collettivo che rende meno arduo l’avvicinamento alle materie archeologiche. Perché la via Emilia siamo anche noi.
Ma non è finita. Gli storcimenti di naso per la statua finta e i facilissimi verdetti “è brutta”, “il colore è sbagliato”, “così è davvero finta”, ignorano i precedenti che alimentano i libri della storia dell’arte contemporanea. Bisogna risalire all’esperienza del francese Yves Klein (1928-1962) per inciampare nelle cosiddette Antropometrie o nelle Zone di Sensibilità Pittorica Immateriale.
Klein fu l’artefice della rappresentazione dell’assenza degli oggetti. Difficile vero? Troppo concettuale? Non tanto quanto l’invenzione della più perfetta espressione del blu. Colore che l’artista fece anche brevettare col nome di IKB, International Klein Blue.
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A questo servono l’arte e i suoi rimbalzi. Quindi, meno chiacchiere e più ragionamenti. Anche sul fatto che la scultura di polistirolo da un giorno all’altro ha finito per rappresentare un ostacolo al traffico anarchico che circola nell’isola pedonale, mezza pedonale, per nulla pedonale. Ha finito per attrarre singoli e gruppi in cerca di selfie.
È una novità. Un’immagine di rappresentazione reggiana che provoca quella reazione inaspettata in una città che è ritenuta progressista e aperta – si dice – alla contemporaneità. Alle idee.
Dialogo finale:
“Avrei un’idea…”.
“’Sa dit? Ma no, dai”.
(Traduzione: “Avrei un’idea...”
“Che dici? Dai, lascia perdere”)
Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio
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