Gazzetta di Reggio

Reggio

IL DELITTO DI REGGIOLO

Le motivazioni dell'ergastoloa Brandoli e Ravarelli

Le motivazioni dell'ergastoloa Brandoli e Ravarelli

In tredici pagine la Corte spiega come è maturata l'uccisione di Christian Cavaletti

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REGGIOLO. Tredici pagine, scritte fitte fitte, per spiegare perché Francesca Brandoli e il suo ex compagno Davide Ravarelli sono colpevoli dell'omicidio di Christian Cavaletti, avvenuto la sera del 30 novembre del 2006. A quasi tre mesi dalla sentenza, che ha condannato l'ex moglie della vittima e il suo complice all'ergastolo, sono state depositate le motivazioni che hanno portato la Corte d'Assise, presieduta dal giudice Pietro Fanile, alla decisione. In 49 punti _ che ricostruiscono il tragico agguato avvenuto in viale Caboto e ripercorrono quasi due anni di indagini, udienze e colpi di scena _ la giuria risponde alla domanda fondamentale: sono loro gli assassini? «La risposta _ è scritto nelle motivazioni della sentenza _ è senz'altro sì».
L'agguato. «Christian Cavaletti viene ucciso a Reggiolo, nella tarda serata del 30 novembre 2006, con dieci coltellate alla schiena e nove colpi di corpo contundente alla testa. L'aggressione inizia nel cortile di casa, perché lì verranno trovati il cellulare, le chiavi e l'orologio, fermo sulle 23.25, oltre a diverse tracce ematiche. Profonde sono le prime due coltellate, in rapida successione: subito lui cade a terra per il deficit pressorio, e si sbuccia le ginocchia, le braccia, le mani; mentre, trascinandosi, cerca di rifugiarsi all'interno, riceve le altre, più superficiali e con inclinazione diversa dalle prime due, e i colpi alla testa...». Due assassini. La corte ripercorre così l'agguato mortale all'artigiano reggiolese, che poi si addentra nella ricerca dei colpevoli: «... l'omicidio è stato certamente opera di due persone; questo non ha potuto dirlo il medico legale, ma può dirlo il giudice, con gli strumenti di cui dispone, che sono la logica, il buon senso e l'esperienza. Sono state usate due armi, un coltello e un corpo contundente. L'ipotesi di un unico aggressore, che prima senza ragione colpisce col coltello in un'area molto ristretta, poi lo butta via e passa, sempre senza ragione ma perdendo tempo prezioso, a un mezzo molto meno efficace, è priva di ogni congruenza narrativa».
Gli imputati. Al punto 8 entrano in scena i due imputati: «... L'accusa assume che queste due persone siano Francesca Brandoli, sua moglie, e Davide Ravarelli, convivente di lei. Sono loro gli assassini? La risposta è senz'altro sì, e qui non c'è bisogno di scomodare la struttura probabilistica del giudizio storico: sono loro, semplicemente, perché l'hanno confessato, e in circostanze tali, che non si può dubitare, nemmeno per un istante, della piena veridicità della confessione. La Brandoli e Ravarelli sono stati, da subito, l'ovvio bersaglio delle indagini....». L'affidamento dei figli. «... Lei da qualche tempo se ne era andata di casa, per vivere con lui prima a Cesena, poi a Modena, dandogli anche un figlio che sarebbe nato all'inizio del 2007, e aveva dato inizio contro il marito, più che a una lite, a una guerra, davanti al tribunale di Reggio nella causa di separazione, davanti al tribunale per i minorenni di Bologna, in sede penale con denunce e querele, e davanti al tribunale della pubblica opinione con appelli su internet: la posta in gioco era sempre la stessa, l'affidamento di Davide e Lorenzo, i due figli nati dal matrimonio....».
La separazione. «... Nonostante ogni suo sforzo, entro o al di là dei confini del lecito, nonostante l'uso dell'arma atomica, l'accusa di pedofilia per il padre e di corruzione per il giudice, alla fine di novembre del 2006 la guerra non si stava mettendo bene, per la Brandoli: il presidente aveva disposto che i bambini restassero con Cavaletti, la corte d'appello aveva rigettato il reclamo contro l'ordinanza presidenziale, il tribunale per i minorenni si era dichiarato incompetente, il consulente tecnico d'ufficio nella separazione si era espresso per un affidamento monogenitoriale al padre. Arriviamo così al 30 di quel mese; al mattino, si tiene un'udienza davanti al presidente che, in un'atmosfera di grande tensione, conferma le decisioni precedenti...».
Il movente. «... Dunque, il 30 novembre la Brandoli e Ravarelli subiscono _ i verbi al plurale sono giustificati dall'estrema vicinanza emotiva fra i due _ l'ennesima, clamorosa sconfitta nella guerra per l'affidamento; quando, la sera stessa, il vincitore, cioè Christian Cavalletti, viene massacrato, il pensiero di tutti corre subito a loro. Un movente non è una prova, ma risponde al bisogno di comprendere, di dare un senso: in sintesi, al bisogno di congruenza narrativa, ed è per questo che a qualcuno piace definirlo, con pieno fondamento, il collante delle prove, o degli indizi».
Le intercettazioni. «Ovvio, dunque, che i due indagati fossero sottoposti a intercettazioni, sia ambientali sia telefoniche, e le prime, in particolare, si sono rivelate quanto mai fruttuose. Tutto ruota intorno alla giustamente famosa progressiva numero 8. Che cosa dicono la Brandoli e Ravarelli, il 6 dicembre 2006, nella macchina noleggiata su cui i carabinieri hanno installato una microspia? Brandoli: »Cosa hanno trovato a casa... niente!«. Ravarelli: »Ma va... (incomprensibile)... oggi proprio non ho visto niente«. Brandoli: »A casa là dico...«. Ravarelli: »Là?«. Brandoli: »Tu hai scavalcato con i guanti sporchi di sangue?«. Ravarelli: »Abbiamo scavalcato con i guanti, questo di sicuro. Secondo me non sanno neanche dove abbiamo scavalcato. Io sarei sicurissimo, sicuro, che comunque non avrebbero fatto vedere una foto generica di uno che stava guardando sul muretto ma avrebbero... ci sarebbe stata la foto con un po' di impronte con scritto... eh... figurati poi i giornali, avrebbero scritto di sicuro l'assassino è fuggito in questa direzione, perché se no non guardavano in mezzo ai campi, avrebbero capito che«...». Nessuna terza persona. «Si può comunque aggiungere che nulla indica la presenza di una terza persona; se entrambi, Brandoli e Ravarelli, hanno scavalcato la recinzione della casa di Cavaletti con guanti che potevano essere sporchi di sangue, l'interpretazione è una e una sola: gli assassini sono loro, e possiamo già distribuire i ruoli, lui col coltello, lei, meno forte, col corpo contundente...». «Hanno confessato». «A carico degli imputati abbiamo, già a questo punto, una confessione non equivoca, convalidata, resa comprensibile e perciò degna di fede, da un movente, e tanto potrebbe bastare, anzi basta, per dichiararli colpevoli....». La sentenza si sofferma poi sulle ricostruzioni, fatta dai due imputati, di quella giornata (30 novembre 2006).
Il ritratto di lei. «... Possiamo partire dalla fine: la Brandoli è perfettamente credibile quando attacca, quando parla della responsabilità di Ravarelli; non lo è quando si difende, quando parla, o non parla, della sua responsabilità... Mentre il racconto di lei, nella parte in cui riguarda lui, scorre liscio e senza inciampi, quello di lui non ha capo né coda...
Non si può ignorare che, di sé, dei suoi sentimenti e dei suoi giudizi, Ravarelli non riesce a fornire un quadro, non si pretende convincente, ma nemmeno comprensibile...».
L'incongruenza di lui. «Il difetto di congruenza è tanto palese, che lo stesso Ravarelli non può non coglierlo, e cerca, in effetti, di rimediare, ma finisce col sacrificare, questa volta, la congruenza sull'altare della coerenza; qui bastano due citazioni testuali: »Certo che gli volevo bene alla signora Brandoli, la amavo« (3 luglio 2008; »quindi praticamente io la Brandoli non la amavo, poche storie« (29 ottobre 2008)...».
Coltello e martello. «... Una sapiente quanto felice indagine integrativa consente al pubblico ministero di trovare nientemeno che gli scontrini, che, per la perfetta coincidenza di oggetti e orari, sono certamente quelli giusti: basti ricordare che la combinazione guanti, coltello e martello ricorre, il 30 novembre, una volta su circa cinquemila e cinquecento...».
Cellulari muti. «Il terzo riscontro è offerto dal lungo silenzio reciproco dei cellulari, prova evidente che i due, la Brandoli e Ravarelli, erano insieme...». Posizioni compromesse. «... Se la posizione di lui, l'accusato, è definitivamente compromessa, non naviga in acque migliori lei, l'accusatrice: la cui apologia, per quanto appassionata, presenta falle, non meno vistose che irrimediabili. La Brandoli è, prima di tutto, travolta dal suo stesso successo: perché nella descrizione della spesa al Grand'Emilia, con scrupolo che, col senno di poi, si rivelerà suicida, specifica che »io personalmente ho acquistato delle palline di Natale per gli addobbi natalizi e il berretto perché lui lavorava fuori e faceva freddo«. Quando si scopre che i berretti non sono uno, ma due, che cosa deve fare la Brandoli? Dire che Ravarelli li avrebbe messi uno sull'altro, come i guanti... Due berretti trascinano anche lei, irrimediabilmente, nell'azione progettata...».
Gli abiti della vittima. «Un'altra falla deriva, di nuovo, da un eccesso di zelo: è in grado, la Brandoli, di descrivere con la massima precisione come era vestito Cavaletti quando l'hanno ucciso: camicia, pantaloni di una tuta, scarpe da ginnastica...».
Il cane Ugo. Entra poi in scena il cane di casa Cavaletti, Ugo, un pastore tedesco che Giuliana Besana, convivente di Claudio, padre della vittima, ha regalato alla Brandoli.
«... Quando si viene al semplice dato storico del ruolo di Ugo la sera del delitto, il numero delle versioni sale a quattro. Nell'interrogatorio davanti al gip, per la Brandoli Ugo c'è, e anzi lei gli parla; nelle spontanee dichiarazioni, lei lo chiama, ma lui non risponde; nell'esame, lei lo chiama, e lo sente »abbaiare da lontano«, e non passa inosservato il tentativo di adattare le dichiarazioni alla situazione processuale, perché, alle contestazioni del pubblico ministero, quel »lontano« diventa »lontanissimo«, come se l'introduzione del superlativo servisse a ridurre quell'abbaio quasi a un silenzio; sempre nell'esame, ma più avanti, Ugo torna a non esserci... Quattro versioni contrarie si squalificano da sole....».
Prove contrarie alla sentenza. La Corte si occupa poi delle prove favorevoli agli imputati. «In realtà, per la Brandoli si tratta, più che di prove, di allegazioni: non odiava il marito, e, incinta di otto mesi, non sarebbe mai riuscita a scavalcare la recinzione... La tesi dell'inidoneità fisica è stata puntualmente confutata dal medico legale, che si riferisce all'omicidio: alla domanda se una donna all'ottavo mese di gravidanza ne sarebbe stata capace, risponde seccamente »Sì«.
«... Vere e proprie prove invoca in suo favore, invece, Davide Ravarelli: l'incidente probatorio (in cui non viene riconosciuto dal testimone, Ivan Losapio, che anzi lo esclude, ndr) e le intercettazioni ambientali...».
Niente sangue. «Un ultimo rilievo su un dato che potrebbe giovare a entrambi gli imputati: l'assenza di tracce di sangue. Si deve però rammentare quello che asserisce il medico legale: »sono queste, subite da Cavaletti, lesioni che sanguinano poco«. Non bisogna pensare, quindi, che la Brandoli e Ravarelli si siano imbrattati da capo a piedi: si sarà trattato, al massimo, di qualche goccia, che hanno potuto eliminare facilmente, con ogni probabilità buttando via qualche capo di abbigliamento, come del resto lei racconta che sia stato fatto. Nemmeno questo, l'assenza di sangue, costituisce prova contraria nei termini della legge processuale....».
Conclusioni. «E' in definitiva dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la sera del 30 novembre 2006, Francesca Brandoli e Davide Ravarelli comprano, al Grand'Emilia, il coltello, il martello, i guanti, i berretti e i pantaloni, e raggiungono Reggiolo. Scavalcano, armati e indossando i guanti, la recinzione della casa di Christian Cavaletti ed entrano nel cortile, con lei che provvede a chiudere Ugo in garage; nell'attesa, tagliano le gomme della macchina e, quando Cavaletti scende, per occuparsi a sua volta del cane, lo uccidono, lei manovrando il martello, lui il coltello, e rientrano a Modena, ad aspettare l'immancabile arrivo dei carabinieri».